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Obesità: nuovi criteri diagnostici e terapeutici

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In aggiunta, sono necessarie nuove categorie diagnostiche basate sulla presenza o assenza di disfunzione degli organi e l’approccio terapeutico deve essere calibrato paziente per paziente.

Queste alcune delle principali novità contenute in un documento pubblicato su The Lancet Diabetes & Endocrinology, realizzato da una commissione di esperti con l’endorsement di oltre 75 associazioni mediche a livello mondiale.

L’intento è quello di proporre un approccio rinnovato e più preciso alla diagnosi e alla gestione dell’obesità.

L’obesità viene definita come una condizione caratterizzata da eccessiva adiposità, con o senza anomala distribuzione o funzionalità del tessuto adiposo, le cui cause sono multifattoriali e ancora non completamente comprese.

La commissione sottolinea che si tratta di una condizione eterogenea e non sempre riflette una malattia in corso.

Alcune persone con obesità presentano effettivamente una condizione di salute alterata a causa dell’eccesso di adiposità, mentre altre no: la definizione di obesità come malattia è legata alla presenza di una chiara condizione clinica alterata causata direttamente dall’eccesso di adiposità.

La fisiopatologia del tessuto adiposo, inclusa l’infiammazione cronica, la lipotossicità, l’attivazione del sistema renina-angiotensina-aldosterone, l’aumento dell’attività nervosa simpatica e l’accumulo di grasso ectopico, è centrale nella comprensione dello sviluppo di complicanze associate all’obesità.

L’accumulo ectopico di lipidi in organi come il fegato, il muscolo scheletrico e il pancreas contribuisce alla resistenza all’insulina e ad altre disfunzioni metaboliche.

Questa comprensione sposta l’attenzione dalla mera presenza di eccesso di grasso verso la valutazione dell’impatto funzionale dell’adiposità sull’organismo, influenzando la diagnosi e il trattamento.

Da qui, due le nuove categorie diagnostiche basate sulla presenza o assenza di disfunzione degli organi.

L’obesità clinica è definita come una malattia cronica e sistemica caratterizzata da alterazioni nella funzionalità di tessuti e organi, causate dall’eccesso di adiposità.

Questa può portare a danni d’organo gravi e complicanze potenzialmente letali, come infarto, ictus e insufficienza renale.

L’obesità preclinica è invece uno stato di eccesso di adiposità con conservata funzionalità di altri tessuti e organi, ma con un rischio variabile, e generalmente aumentato, di sviluppare obesità clinica e altre malattie non trasmissibili.

Il Bmi da solo non è sufficiente per diagnosticare l’obesità clinica poiché non riflette la distribuzione del grasso corporeo o la salute metabolica di un individuo e può portare sia a sottodiagnosi che a sovradiagnosi.

È necessario integrare il Bmi con altre misure.

Per confermare l’eccesso di adiposità, la commissione raccomanda:

  • (a) la misurazione diretta del grasso corporeo (ad esempio, tramite Dexa o bioimpedenza), oppure
  • (b) almeno un criterio antropometrico (circonferenza vita, rapporto vita-fianchi o rapporto vita-altezza) in aggiunta al Bmi, o
  • (c) almeno due criteri antropometrici indipendentemente dal valore del Bmi.

È importante usare metodi validati e cutoff appropriati per età, sesso ed etnia per tutti i criteri antropometrici.

L’obesità clinica va diagnosticata valutando la storia medica, l’esame fisico e test di laboratorio standard.

Si cerca la presenza di una serie di manifestazioni cliniche, tra cui: ipertensione arteriosa, iperglicemia con elevati trigliceridi e bassi livelli di colesterolo Hdl, disfunzione epatica, microalbuminuria, incontinenza urinaria, disturbi riproduttivi, dolore articolare cronico, linfedema e limitazioni nelle attività quotidiane.

La diagnosi si basa sulla presenza di segni e sintomi di disfunzione d’organo o limitazioni delle attività quotidiane causate dall’eccesso di adiposità.

Per l’obesità preclinica, la commissione afferma che l’attenzione deve essere rivolta alla riduzione del rischio e alla prevenzione della progressione verso l’obesità clinica.

Richiede consulenza per la perdita di peso e la prevenzione dell’aumento di peso insieme a un monitoraggio regolare.

Per chi soffre di obesità clinica, la gestione deve essere basata sulle evidenze scientifiche e personalizzata.

Il successo dovrebbe essere valutato in base al miglioramento dei segni e dei sintomi piuttosto che soltanto sulla perdita di peso.

Infine, alcune considerazione sullo stigma legato al peso, di cui si riconosce l’impatto negativo sulla salute mentale e fisica, inducendo stress, isolamento sociale, bassa autostima, ansia e depressione.

Paradossalmente, lo stigma può anche peggiorare i comportamenti alimentari disfunzionali e incentivare la sedentarietà.

La commissione sottolinea l’importanza di un linguaggio appropriato e di un approccio non stigmatizzante nel trattamento dell’obesità, promuovendo una maggiore consapevolezza e comprensione della complessità di questa condizione.

(Nicola Miglino fonte: www.nutrientiesupplementi.it)